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Cinque anni che siamo quaggiù …e stiamo ancora imparando ad essere come loro

Ottobre – Dicembre 1970

Adesso a Fazenda Grande abbiamo un posto medíco. Durante mesi e mesi gli uomini hanno lavorato per rendere il più funzionale possibile tre stanze, che erano state co­struite dietro la chiesa.

Poi un gruppo di donne della comunità hanno trovato una dottoressa e due studenti in medicina che, con uno spirito di collaborazione veramente ammirevole, si sono offerti per prestare quasi gratuitamente il loro servizio.

Ora il Posto sta funzionando. Ancora non tutto è perfetto: il lettuccio per le visite è formato dia tre banchi di scuola riuniti; di materiale sanitario esiste solo lo stretto necessario; le infermiere non sono patentate, ma semplicemente donne della parrocchia che dedicano gratis il loro tempo all’aiuto dei fratelli.

Però ogni giorno una decina di persone può incon­trarsi con un medico, può avere un’assistenza. Questo servizio non è gratuito: c’è una tassa minima di CR 2,00 (quasi 300 lire), perché la gente si abitui a collaborare per il mantenimento del Posto, perché sí renda conto che il Posto è suo e lo senta come sua creatura.

Se si pensa che finora in tutta Fazenda Grande (un bairro di 15-20 mila persone) non c’era nessun medico — non di rado bambini erano morti per mancanza di assistenza —, penso che il poco che è stato fatto, e fatto esclusivamente con l’aiuto della gente di qui, sia già un elemento molto positivo e molto incoraggiante.

Ora noi stiamo preparando anche il gabinetto den­tistico. Un uomo della comunità, che lavora nella Segre­teria della Salute, ha trovato una vecchia poltrona da dentista e la sta rimettendo a posto. Speriamo che tra una decina di giorni possa essere in grado di funzionare.

Lavori a Fazenda Grande

Proprio domenica scorsa gli  uomini hanno dedicato la mattinata di riposo a fare il marciapiede di fronte al Posto medico. L’idea è partita da loro, e tutto il mate­riale necessario è stato trovato a costo dei loro sacrifici.

Si dice sempre che uno dei problemi più gravi di quaggiù sia il problema educativo. E’ chiaro che, se vo­gliamo che i brasiliani prendano coscienza delle loro pos­sibilità, dobbiamo dare loro gli strumenti perché sappiano esprimere il proprio pensiero e non si sentano inferiori a quelli che sanno leggere e scrivere.

L’anno scorso avevamo cominciato un corso di gin­nasio (che corrisponde alla scuola media italiana) per adulti, approfittando della possibilità che la Segreteria dell’Educazione dà agli adulti, di fare in un solo anno il normale corso di quattro anni. L’esperimento continua anche quest’anno. Tutti i no­stri alunni che si sono presentati agli esami di stato dopo il primo semestre sono stati promossi. Ora sta iniziando il secondo semestre: abbiamo 84 alunni, divisi in tre sezioni. Otto giovani, studenti universitari o maestri o liceali, dopo una giornata di lavoro o di studio dedicano gratis due ore ogni sera a questo servizio.

La scuola è intitolata a Martiri Luther King. .Fa­cendo scuola, ci pare di dare a questa gente voce e forza, capacità di sentirsi veramente uomini, persone adulte.

Ci eravamo accorti che molti parrocchiani sono anal­fabeti. In ‘una piccola inchiesta che i giovani avevano fatto, la richiesta che ricorreva più frequentemente era di una scuola per adulti ari alfabeti. Dopo l’esperienza ormai Col­laudata del ginnasio per adulti, si faceva necessario pensare e studiare la possibilità di insegnare a leggere e a scrivere a quelli che non hanno avuto la possibilità di farlo prima.

In un breve corso, una ventina di giovani e ragazze si sono preparati all’insegnamento. I1. primo tentativo lo–si sta facendo in una comunità di poveri pescatori sfrattati dal Municipio dalle loro povere capanne e venuti a finire nella nostra parrocchia.. Già 22 adulti sono alla loro quarta settimana di corso e sanno già leggere e. scrivere.

E’ stata una grande gioia per quella gente che si sentiva al margine, poter leggere, scrivere, firmare il proprio nome. Fino allora erano costretti a sottoscrivere con l’impronta digitale tutto quanto li riguardasse.

E’ stata per loro una grande gioia perché insieme al leggere e scrivere, stanno imparando a parlare, a discutere dei loro problemi. Sono loro i profes­sori, i formatori; i giovani sono solo orientatori che spin­gono gli adulti a discutere e offrono loro gli strumenti per esprimersi. Ma la gioia maggiore è senz’altro dei giovani che vedono così ripagati i loro sacrifici, che comprendono che vale la pena dedicarsi agli altri, dopo un giorno di fatica. A volte tornando a casa dal lavoro, non hanno il tempo di cenare e vanno subito a far scuola, e la fanno gratis. Il notare i progressi degli adulti, il notare che que­sta gente sta acquistando lo strumento per diventare qual­cuno, ripaga ogni rinuncia.

A volte mi viene di pensare che questa gente che si dedica con tanta generosità spontanea e immediata al servizio degli altri mi sta dando una lezione di amore, di quell’amore di cui spesso si diventa portatori di mestiere.

Domenica scorsa la chiesa era piena, c’era gente an­che fuori. Dopo il Vangelo ho chiesto cosa pensassero di quello che avevano ascoltato. Il Vangelo presentava l’esigenza di Gesù non tanto dí forme esterne, ma di tutto un atteggiamento interiore. Si è aperto un dialogo molto interessante.

Un giovane faceva notare che tante volte, capitando in una chiesa del centro, in una di quelle chiese ricche e monumentali, si sentiva sperduto e quasi estraneo, incapace di riconoscersi interprete di un incontro personale con Dio. Aveva l’impressione di essere un anonimo, in mezzo ad altri anonimi.

Una giovane donna ricordava che prima il prete stava lontano dalla gente, non era considerato un amico, in chiesa tutti avevano paura di parlare, di chiedere spiegazione, di dare la propria opinione, e molte volte si usciva di chiesa senza aver capito quello che il prete aveva detto.

A questo punto è intervenuta una mamma di sette figli, che era in fondo alla chiesa. « Se qui ci si sente più in casa nostra — diceva — è perché la chiesa è piccola, è povera, povera perché tutti noi siamo poveri, ma è bello perché ci conosciamo tutti, quando io arrivo in chiesa riconosco tutti e quando manca qualcuno io me ne accorgo. Io lavoro tutta la settimana, mi affatico, ma per me venire alla Messa è una cosa magnifica, per­ché mi incontro in mezzo ai miei fratelli e qui riesco a pregare… perché qui sento molto di più, in questo am­biente familiare, la presenza di Dio come padre ».

A questo punto io non ho avuto il coraggio di fare la predica, la predica se l’erano fatta loro e quelle non erano parole vane, e la riporva si è avuta durante la Messa, nella coralità del canto, nel silenzio del canone, nel calore sincero dell’abbraccio della pace, nella parte­cipazione massiccia alla comunione.

Un’appendice extra liturgica alla fine della Messa può far capire tante cose. Una volta al mese, tutti quelli che compiono gli anni sono invitati sul presbiterio e dopo essersi presentati a tutti, ricevono l’augurio can­tato con « tanti auguri a te » e l’abbraccio della co­munità.

Una volta un mio amico mi ha scritto che nelle nostre lettere dal Brasile dovevamo scrivere cose chiare. Insomma, vogliamo soldi o no? Sarebbe disonesto da parte nostra il non sottoporvi i nostri problemi, le no­stre difficoltà, i nostri dubbi. Ci seguite con simpatia ed avete il diritto a sapere tutto! L’aiuto che ci mandate è utile, direi necessario. Per noi è commovente notare, toccare con mano il vostro affetto e i sacrifici che fate per .noi e per la nostra gente. Ma vi rassicuriamo che il vostro aiuto da solo non fa niente: aiuta a fare! Non sostituisce il lavoro della nostra gente, lo favorisce, dà la spinta.

A Fazenda Grande siamo riusciti a metter su un Posto medico, la gente ci ha lavorato, sudato, adesso va avanti da solo, ma la costruzione è stata fatta con i vostri aiuti e le medicine che ci mandate costituiscono un aiuto indispensabile.

Ormai sono cinque anni che siamo quaggiù. Venuti con l’idea di portare qualcosa, ci siamo accorti sempre più che stiamo imparando. Ci siamo accorti che il nostro atteggiamento deve essere non quello del maestro ma di colui che ascolta Dio che parla attraverso questa gente. Certamente non siamo riusciti ancora ad ascoltare completamente. In noi però esiste sempre più la tensione di attenzione agli altri, di servizio disinteressato ai nostri fratelli. Il renderci conto di essere ancora molto stranieri da una pare è una sofferenza, perché non riusciamo a vivere come loro, costituisce per noi un continuo stimolo a non fermarci, a cercare sempre nuove esperienze di inserimento, di servizio. Forse dall’Italia uno può avere delle idee chiare sul problema dell’inserimento, quaggiù le idee si fanno confuse, e la confusione è direttamente proporzionale all’anzianità in Brasile. Succede che uno riesce a “capire” il Brasile dopo quattro mesi, ma non riesce a capirlo dopo cinque anni. La realtà è troppo complicata: dare giudizi, presentare in maniera infantile problemi che sono troppo grandi. Vorrei dirvi che tutto quello che noi diciamo è in fase interlocutoria e così anche quello che facciamo. Perché per capire qualcosa che è vivo, per farlo vivere, per aiutarlo a vivere, occorre senz’altro fare dei piani, ma soprattutto bisogna condividerne la vita e seguirla con attenzione e amore, perché sono loro che devono crescere e noi diminuire,

Don Paolo

 

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