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Diario

23 dicembre 1972

Nessuno dubita delle buone intenzioni che ci hanno mosso a venire in Brasile. Siamo venuti per aiutare la gente a scoprire un messaggio di liberazione to­tale, messaggio non intellettuale, ma che ci vuole incarnare, che vuole portare ad un cambiamento reale. Una domanda però si fa sempre viva: il nostro lavoro è un’azione che porta ad un cambiamento oppure non fa altro che fermarsi in un vagò assistenziali­smo, aiutando così la manutenzione dello «status quo?». È così facile lasciarsi assorbire dalle necessità im­mediate del popolo e tentare di risolvere i problemi immediati senza nessuna preoccupazione perché ci sia una partecipazione autentica dei beneficiati dell’azio­ne. In fondo è la cosa più facile, un’attività di que­sto tipo crea meno problemi. È molto più facile e comodo non ricercare le cause di questa situazione, è molto più facile considerare la gente di qui come un eterno minorenne. Il giorno che si comincia a vedere con una visione più chiara le cose che ci circondano, allora un sacco di sicurezze cadono, allora si incomincia a pensare se è valida davvero la nostra presenza qui. Una nostra presenza è valida senz’altro, ma se ci po­niamo in un’attitudine di critica continua per vedere se siamo al servizio vero della gente se aiutiamo la a crescere, e mentre aiutiamo la gente a crescere, cresciamo anche noi… Si dovrebbe instaurare un rapporto educativo tra noi e il popolo. Rapporto educativo in cui non c’è più educatore e educando, ma educatore-educando con nessuno, che nessuno si educa da solo, che gli uo­mini si educano tra loro per mezzo dell’azione nel mondo. Per questo mi pare che l’importante non sia « fare » tante cose, ma prima di tutto avere una visione chia­ra della realtà che ci circonda. Perché solo se partiremo da una visione il più pos­sibile esatta della situazione che ci circonda, solo se conosceremo veramente le necessità del popolo, potremo rivedere in continuazione il nostro lavoro. Solo conoscendo profondamente la realtà, cercando di scoprire le cause di quello che sta succedendo, potremo vedere se il cammino che abbiamo intrapreso porta a cambiare qualcosa o solo a fare opera di conservazione. Ma, una volta studiata la realtà, dobbiamo deciderci. E’ troppo comodo adottare l’atteggiamento dell’intel !ettuale che sempre pesa il pro e il contro e, a forza di analizzare, finisce per non agire mai.

E’ chiaro che non voglio negare il valore dell’aiuto spicciolo al povero, ma non posso neppure dimen-ticare che ogni azione che io faccio ha terribili im-plicanze «politiche » — o appoggio il sistema o lo combatto, non ci sono altre alternative!
Quando mi avvicino ad un uomo non posso dimen-ticare che le sue necessità non possono essere soddisfatte isolando l’individuo, non posso dimenticare che l’individuo è inserito in un ambito socio culturale nel quale si prolunga e dal quale è condizionato. Non posso aiutare l’uomo ad essere libero, senza aiu¬tarlo a liberarsi da queste strutture nelle quali è inserito.
Solo per fare un esempio, in questi giorni abbiamo fatto una revisione coi gruppi di evangelizzazione. Una delle mete che ci eravamo proposti nel ’72 era di coscientizzare la gente sui problemi dell’igiene. Si era parlato della necessità di usare il filtro, perché molte malattie provengono dal fatto che l’acqua non è potabile.
Alla fine del lavoro ci siamo accorti che molti non avevano comprato il filtro. Il motivo superficiale po¬teva essere il disinteresse, ma quando abbiamo cer¬cato insieme di discutere la cosa, ci siamo accorti che il motivo vero era che non può comprare il fil¬tro uno che non riesce a comprare il pane. In fondo il filtro, che garantisce l’acqua potabile, diventa un articolo di lusso.
Che senso ha spiegare la bontà del filtro e l’utilità dell’acqua potabile se dimentico che la maggior par¬te della gente non ha neppure il magro salario, che la disoccupazione aumenta ogni giorno? Che vale spiegare che bisogna osservare le norme igieniche quando so che la fame continuerà a regnare perché
per garantire il benessere della minoranza?
Un detto popolare dichiara: «Non dare un pesce, insegna a pescare».

16 febbraio 1973

Stasera sono stato ad una festa de «lago». Qui a Salvador, nei mesi di dicembre, gennaio, febbraio c’è una serie di feste popolari che culminano con il Car­nevale. Nei vari quartieri in riva al mare, il popolo si riunisce per bere la birra, per ballare la samba; per cantare… Purtroppo in questi ultimi tempi i poveri sono stati sostituiti in queste fese, che loro hanno creato, dalla classe media, perché evidentemente il popolo non ha soldi per partecipare. Ma è chiaro che il popolo dei quartieri più poveri sta creando, con la creatività che lo caratterizza, del­le nuove feste, più autentiche, più a buon mercato, ovviamente col pericolo che diventino tra non molto preda della borghesia… Partecipare a queste feste costituisce una esperienza che non si può dimenticare. Nessuno può essere spettatore. Tutti quelli che vanno alla festa sono at­tori e attori principali. Tutti cantano, tutti ballano, tutti si sentono uniti, quasi fratelli… E’ una liturgia gigantesca, che ad occhio superficiale può sembrare ridicola, ma è l’espressione autentica di qualcosa che tutti sentono, di qualcosa che involve tutti quanti. Non so perché, pensando a quella festa così calda, così fraterna, non riesco a non legarla alla nostra liturgia così fredda, così distaccata. E allora sento sempre di più il peso di tutte le no­stre strutture. Quando la gente va a queste feste è creativa, spontanea al massimo grado, quando par­tecipa ai nostri incontri, alle nostre messe, viene trat­tata come un bambino che deve assistere ad uno spettacolo esoterico. Il popolo ha una sua liturgia, noi ne abbiamo un’altra. Qual è quella che si avvicina di più al mistero? E’ píù segno di fraternità una di queste feste popo­lari o una Messa dove il popolo assiste passivamente a tutto quello che sta succedendo? Per la festa della Prima Comunione abbiamo tentato quest’anno di dare un pò di movimento alla Messa. I bambini accompagnavano i canti con i gesti, una specie di danza sacra seppure ridottissima. Avevo paura che gli adulti presenti alla Messa, po­tessero ritenere la cosa come una mancanza di ri­spetto. Qual’è stata invece la mia meraviglia quando ho visto che gli adulti si univano, accompagnavano commossi i gesti dei bambini. Si vedeva che era qualcosa di spontaneo, di veramente profondo. Dopo la Messa gli adulti dicevano che. non avevano mai partecipato così pienamente ad una Messa.

22 febbraio 1973

« La nostra religione una volta era più bella ». Così ha detto una signora durante una riunione per esprimere la sua ripulsa al discorso sulla religione che cerchiamo di portare avanti. Non se la sentiva di riflettere su problemi sociali, non voleva impe­gnarsi i.n un processo di cambiamento. Era così facile la religione delle immagini dei santi, delle lunghe preghiere, una religione più preoccupata con la santificazione personale. Religione in cui l’a­more si riduce i.n un atto di spontanea benevolenza, in un rapporto io-tu diretto, senza una preoccupazione « politica ». ll prossimo, visto come colui che sta alla porta o è a portata di mano, ma non l’uomo come appare nei problemi del sottosviluppo, nei conflitti di classe, nelle esigenze sociali. Di fronte all’individualismo della pietosa signora, non possiamo dimenticare quello che dicevano i ve­scovi latino-americani a Medellin: « Vogliamo affer­mare che è indispensabile la formazione della co­scienza sociale e il percepire realisticamente i pro­blemi della comunità e delle strutture sociali » (Medellín 1, 17). Bisogna allora riconoscere che aveva ragione quel contadino del Nord Est, che, interrogato su che cosa pensasse della conquista della luna, rispose: « E’ facile andare sulla luna. Basta avere soldi. Il difficile è amare gli uomini ». Il difficile è davvero amare gli uomini!Amare gli uomini è parlare. Cercare e proclamare la verità che coscientizza e libera. Combattere le men­zogne di coloro che tentano cambiare il senso dei fatti, per ingannare la buona fede del popolo. Amare gli uomini è agire perché dalla storia sappia­mo che tutto è frutto di una lotta, tutto è stato con­quistato. Amare gli uomini ci toglie la pace, la tranquillità, la sicurezza ci mette sempre in crisi. Diceva Gesù: « Non pensate che sia venuto a portare la pace, ma la spada » (Mt. 10, 34).

24 febbraio 1973

Si è conclusa l’Assemblea dei Vescovi del Brasile. Molte speculazioni erano fatte su questo incontro. Molte speranze erano nate in molti che chiedevano ai Vescovi di pronunciarsi sulla situazione nazionale. Con questa speranza era stata indirizzata all’Assem­blea una lettera firmata da intellettuali, artisti, sa­cerdoti, operai, chiedendo una presa di posizione chia­ra anche nel ricordo dei 25 anni della Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Qui in Brasile, malgrado tante delusioni, c’è ancora molta gente che vede nella Chiesa una speranza, forse l’ultima attualmente, l’unica che può parlare in nome di quelli che non possono. Anche in questa occasione, i vescovi, alle aspetta­tive hanno risposto co.n una delle solite dichiara­zioni così alte e vaghe che non toccano e non fan­no male a nessuno… Quando qualcuno si lamenta di queste omissioni che cominciano a diventare croniche da parte degli uo­mini della Chiesa, pur con alcune lodevoli e ammi­revoli eccezioni, io penso sempre alla storia della Chiesa. Un fatto che mi ha sempre impressionato, ma no.n meravigliato, è che nella Chiesa antica i vescovi più aperti ai problemi sociali, i più coraggiosi, sono venuti dalle file dei monaci. I contemplativi, per­sone che erano rimaste « isolate » dal mondo, una volta chiamati ad affrontare una problematica che ai nostri occhi può sembrare totalmente differente, hanno dimostrato di saper prendere posizione e non possono essere tacciati di codardia. Ancor oggi ri­maniamo impressionati leggendo i loro discorsi che si distinguono per il coraggio che dimostravano que­sti monaci, questi isolati, questi contemplativi… Mi pare che il motivo è che una persona che vive la contemplazione, non solo non rimane marginaliz­zata dai problemi « terreni », ma avendo raggiunto una situazione di equilibrata chiarezza, sa stare al centro e così sa « giudicare » le cose. E’ molto importante vedere le cose dal centro, da Dio, perché allora le cose si fanno più semplici, più chiare le cose acquistano allora quell’unità che le varie scienze non riescono a presentare. Non è molto semplice fare degli esempi, ma vorrei tentare. Se ho una visione chiara del Cristo, uomo-Dio, Alfa-Omega di tutta la creazione, ho chiaramente davanti a me il progetto di umanità che Dio mi prospetta e che io dovrò costruire insieme a tutti gli uomini. Quando noto che qualcosa nella situazione che mi circonda va contro l’uomo questa visione chiara me lo farà percepire, malgrado tutte le manovre della propaganda che vuol nascondere la realtà. Perché se è vero che per arrivare a Dio, devo pas­sare per l’uomo, è ugualmente vero che il contatto con questo Dio gratuito, mi spoglia, rendendo univer­sale, gratuito e più coraggioso il mio amore per gli altri. Un vero contemplativo, con il suo senso di Dio, sarà quello che Paolo VI dichiarava all’ONU « Noi esperti di umanità ». Ma, allora perché tra noi ci sono così poche persone coraggiose? Perché noi cristiani arriviamo sempre con il regolamentare ritardo? Perché più che profeti siamo diplomatici? E’ duro dirlo, ma mi pare che il motivo vero sia che tra di noi c’è poca gente che è monaco, contempla­tivo…

27 febbraio 1973

Quando mi riunisco con tutti quelli che con me lavo­rano nel « bairro » per fare la revisione dell’attività che stiamo svolgendo, sempre arriviamo ad una con­clusione di sfiducia. Cerchiamo con tutta la buona vo­lontà di cosicentizzare la gente dei propri diritti, della propria dignità. Cerchiamo di mostrare che quello che succede non è causato da Dio, dal destino, che l’ori­gine dei mali del sottosviluppo si devono incontrare nel sistema capitalista. Perché se c’è della gente, la maggior parte, che soffre, è perché i pochi stanno troppo bene. Cerchiamo di spingere la nostra gente ad assumere, anche nelle piccole cose, la propria storia e non la­sciarsi trasportare da altri interessi che non siano gli interessi della propria classe, la classe dei mar­ginalizzati.Finalmente tentiamo mostrare che, lottando per co­struire un mondo più umano, stiamo lottando per co­struire il Regno di Dio… Ebbene, ci accorgiamo che, malgrado tutti i nostri sforzi, non vediamo risultati. La gente continua a credere che è Dio che vuole tutto.., morte, povertà, continua ad accettare ogni ti­po di ingiustizia, a credere che il popolo non è ca­pace di fare– qualcosa, a sentire che l’unica soluzione è di aspettare tutto dai grandi, ad accettare passi­vamente il tipo di cultura che la radio e la telivisione trasmettono. « Sarà che vale la pena continuare nel nostro lavoro? Non sarà che anche noi ci stiamo illudendo? » E una studentessa di medicina, che presta gratuitamente il suo aiuto nel posto medico continuava: « Sono sette anni che stai lavorando qui, cosa è cambiato? ». Di fronte a questa analisi, ho sentito ancor di più di essere un « servo inutile », ma anche che molte volte ci si illude di cambiare un sacco di cose in poco tempo. Vorremmo vedere subito i frutti di quello che stiamo seminando, quando lo stesso Gesù ci previene che uno è chi semina, un altro chi raccoglie… Come è possibile modificare una struttura che si è formata durante secoli? Poi è sempre bene ricordarsi che una « rivoluzione » non cammina in linea retta, ma per zig zag continui… E il cambiamento che ne verrà fuori non sarà la no­stra « rivoluzione », frutto delle nostre elucubrazioni intellettuali, dovrà essere la « rivoluzione » del popolo. Da parte nostra ci deve essere una speranza, la spe­ranza, che qualcosa può cambiare, speranza, che per noi cristiani, si fonda sulla resurrezione di Gesù. Questa grande speranza che noi abbiamo in una crea­zione di tutte le cose ad opera del Dio della resurre­zione di Cristo, ingloba le piccole speranze, le piccole realizzazioni, le piccole crescite della gente, le piccole crescite nostre nel liberarci da tante trutture che noi abbiamo assorbito. E’ per questo che in noi deve esistere fondamentalmente un vero ottimismo. Ottimismo che è una forza vitale, una energia di spe­ranza, quando gli altri rinunciano, una resistenza che ci fa mantenere la testa alzata, quand’anche tutto sembra che voglia rovesciarsi, una forza che non vuo­le mai consegnare all’avversario il futuro, ma lo esige per sé in un impegno di costruirlo. Ottimismo anche quando tutto cade, quando sembriamo degli eterni il­lusi. Un ottimismo che si tonda nella fede che ab­biamo nell’uomo, quell’uomo concreto con cui ci in­contriamo perché l’umo è già risorto in Cristo.

In « Morte e vida Severina » di Joao Cabral de Melo Neto, la risposta che viene data alla disperazione del­l’emigrante che nel suo peregrinare, alla ricerca di una situazione migliore, non ha incontrato altro che morte, è costituita dallo .spettacolo della vita: un bambino nasce e porta fiducia e speranza a tutti.

Il bimbo è appena nato:
« E’ bello perché con il nuovo
contagia tutto il vecchio.
Bello perché corrompe
con il sangue nuovo l’anemia.
Infeziona la miseria con
una vita nuova e salubre.
Con l’oasi, il deserto, con i venti
la calma ».

PAOLO TONUCCI

Associazioni e Progetti

  • Associazione Apito
  • Progetto Agata Smeralda

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