Dalla nave Federico C. (dal 20 al 29 ottobre 1965)
Vorrete sapere le impressioni che si provano in nave. È una vita da nababbi, troppo borghese per i miei gusti. Adesso capisco perché i miliardari per riposarsi fanno le crociere. La vita in nave si può riassumere in queste due parole: si mangia e si dorme molto e di gusto.
A questo punto vorrei ringraziarvi, babbo e mamma, per la forza che avete mostrato a Roma. Mi avete veramente impressionato. E spero e prego perché il Signore vi dia sempre la forza come la sta dando a me.
Rio, 4 novembre 1965
Ieri sera siamo stati[1] a visitare una “favela”[2]. La differenza tra la vita lussuosa, borghese di Copacabana e la miseria nera, con sporcizia, ecc. ecc. della favela era più che stridente, eppure quella gente che ci stringeva la mano (con gran manate sulle spalle: qui si usa così) non sembrava sentire rancore, odio perché loro sono denutriti, soffrono e gli altri, quelli che stanno bene, non si curano di loro. Le impressioni su questa visita rimarranno sempre in chi ha avuto la fortuna di visitare una favela, ma si riescono male a trasmettere agli altri.
Salvador, 8 novembre 1965
Impressione (di Salvador): Città molto sudicia, molto povera, ma anche molto interessante e molto bella. Abbiamo subito notato la mancanza di clero, mancanza in una maniera davvero spaventosa. Ieri sera ci siamo imbarcati, e dopo un’ora siamo arrivati qui all’isola (Itaparica) abitata da 10.000 anime, con un solo prete…
Per quanto riguarda l’essere tranquillo, lo sono alla massima potenza. Mi trovo molto bene con i due amici. Spero di poter imparare molto presto il portoghese, in modo da poter far subito un buon lavoro…
Babbo e mamma sono proprio contento che siate stati davvero forti. Vi ripeto che sono molto sereno e molto contento del passo che ho fatto.
Salvador 29 novembre 1965
Qui a Itaparica c’è stato un corso per dirigenti (ragazzi e ragazze del MEB)[3]: abbiamo potuto parlare con loro più o meno in brasiliano. L’impressione è buonissima, sono molto simpatici questi brasiliani… Pensate che tutte le sere facevano due ore di baldoria, con samba, canti brasiliani, danze, giochi ecc. a cui naturalmente abbiamo partecipato anche noi. Avevano un gioco molto interessante, che da noi sarebbe scandaloso e qui lo facevano come la cosa più naturale di questo mondo, il gioco di offendersi (si dividevano in due squadre, da una parte i ragazzi dall’altra le ragazze: i termini che si scambiavano erano: vacca, porco, merda, piscio, invertito…). Non vi scrivo queste cose per scandalizzarvi e per farvi tremare per me perché bisogna ovviamente che mi abitui a questo modo di pensare e di parlare anche se naturalmente io farò di tutto per non partecipare a questi giochi.
Giovedì scorso ho visitato la mia parrocchia, ci andremo a metà di gennaio. Cosa vi devo dire: è molto povera e alla periferia della città, le anime sono 80.000, c’è una cappella sala grande come la Cappella dell’azione cattolica in cattedrale, sopra la sagrestia. C’è una zona molto povera, una specie di favelas, e una un po’ più ricca dove le case invece di essere fatte di terra e paglia sono fatte con mattoni. Io ne sono contentissimo e non vedo l’ora di poter andare in mezzo a questa gente. Ho visto anche la “casa parrocchiale” composta da due stanze attaccate alla chiesa. Le stanze sono molto belle in confronto a quelle dei nostri parrocchiani anche se in confronto con le case italiane fanno la figura di miserabili.
Salvador. 8 dicembre 1965
Sabato scorso sono stato insieme a don Renzo al bairro[4] della Misericordia, dove la miseria regna in modo tutto particolare, per celebrare la Messa, ho anche predicato. Ho predicato domenica e oggi due volte perché dopo la Messa delle 9 e 30 detta nel centro dell’isola, con una canoa (costruita con un tronco d’albero e con una vela enorme, sempre con la paura che si rovesciasse da un momento all’altro) sono andato in un villaggio della costa, a due ore di mare e lì, dopo un pranzo tipicamente bahiano, a base sempre di fagioli, riso, pimenta (immaginate il pepe alla trentesima potenza), ho confessato, celebrato Messa con predica + fervorino per una prima comunione, celebrato due battesimi. Mi hanno richiesto anche per il Natale perché se no rimangono senza Messa (il prete di qui ci va 4 volte all’anno) ma non so se potrò accontentarli perché non so ancora dove passerò il Natale, se qui in Itaparica, o in altra parrocchia, o a Salvador.
Muritiba 25 dicembre 1965
Che impressione fa il primo Natale fuori casa? Se vi devo dire la verità, non mi pare che sia Natale. Qui a Muritiba[5] non è molto caldo, è una città fortunata perché è a 800 m. sul livello del mare. Eppure pare che un Natale con 30° dentro casa, casa ventilata, non sia Natale… Anche la cucina non è stata propriamente natalizia, anche se la vecchia negra, sdentata che cucina per il Vigario[6] fa tutto il possibile: fagioli, carne, riso cucinati come ieri, ieri l’altro ecc. La gente qui va vestita, si comporta come se fosse un giorno normale. Non crediate che scrivendo questo io sia giù di corda, vi devo confermare che continuo ad essere molto contento: più vado avanti e più mi accorgo quanto sia necessaria la presenza di un prete quaggiù. La gente è ottima, molto simpatica, fa amicizia in una maniera fulminante. Due vecchie di AC di qui come regalo di Papà Natale mi hanno dato una saponetta, l’altra il borotalco, si vede proprio che ho dato l’impressione di essere sustoso[7]… eppure faccio il bagno e mi cambio la camicia, calzetti tutti i giorni, perché si suda sempre. Ma… ho visto che hanno regalato saponette anche al parroco.
Naturalmente la povertà è alle stelle. Purtroppo mi ci sto abituando. Sono stato un giorno in campagna (la parrocchia ha una città di 10.000 abitanti e una vasta estensione di campagna con altre 30.000 persone). Noi non potremmo mai immaginare come vivano in una situazione infraumana queste persone. L’acqua è color marrone (naturalmente io bevo l’acqua filtrata), il medico non esiste e già ho battezzato due bambini appena nati che parevano già morti.
Oggi, Natale, ho lavorato un po’ di più: ieri sera ho confessato per due ore circa, poi ho celebrato la messa di mezzanotte in paese. Subito dopo sono partito in jeep con un gruppo di ragazzi che mi ha aiutato, per dire messa e predicare in due posti di campagna, con gente che aspettava da ore il nostro arrivo. Ho predicato, confessato, battezzato celebrato messa e alle 8 del mattino sono tornato a casa per dormire. Il parroco ha fatto anche lui il suo giro ed è tornato a casa, stanco morto alle 9.
A vedere questa gente che assiste con devozione alla Messa, ma che si accosta così poco ai sacramenti (ho celebrato 3 messe, con un totale di 2.000 partecipanti, le comunioni, giorno di Natale forse hanno raggiunto la settantina…) fa una enorme impressione. Un parroco normalmente può arrivare più o meno al 2% dei suoi parrocchiani. È un fatto molto preoccupante…
[1] Don Paolo era arrivato in Brasile insieme a Don Renzo Rossi e a Don Enzo De Marchi, che sarà destinato ad altri incarichi nella diocesi di Salvador, e darà un aiuto in parrocchia solo nella domenica.
[2] Il termine favela indica un quartiere della città formato da baracche, costruite in paniera precaria con materiali quali cartone, plastica, legno, e che è privo di strade vere e proprie e di servizi urbanistici, quali condotte per l’acqua, corrente elettrica e fognature.
[3] MEB è la sigla del Movimento Estudante Brasileiro
[4] La parola bairro significa quartiere.
[5] Muritiba è una città all’interno dello Stato di Bahia.
[6] Termine portoghese per parroco.
[7] L’espressione è presa dal dialetto fanese e significa sporco.
