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Un posto dove abitare

Salvador, primavera 1975

Le piogge dell’aprile dell’anno scorso, con le tragi­che conseguenze, rimarranno sempre nel nostro ri­cordo.

Da più di 11 mesi, 117 famiglie vivono, in una situa­zione disumana, il loro dramma.

Questo dramma vissuto dai « senza-tetto », ci ha da­to l’occasione di scoprire che i « desabrigados » avevano molti amici; abbiamo scoperto la solidarietà dei poveri e di quelli che veramente sono gli amici dei poveri.

Gli abitanti dei quartieri della nostra parrocchia, co­munità religiose, gruppi di protestanti, studenti, pro­fessionisti sono rimasti sempre vicini ai « senza­tetto » che lottavano alla ricerca di una soluzione al loro problema.

Se da un lato si sono manifestati gli amici, dall’al­tro si sono definiti i lontani: le autorità, alla ricerca di soluzioni che potevano salvare la faccia, senza risolvere il problema; i benpensanti che giudicavano i « desabrigados » come persone prive di iniziativa e sfaccendati; tutti insomma con la paura di guardare in faccia la realtà e soprattutto con la paura di volerla affrontare. Infine la grande massa di quelli che non volevano prendere parte, soddisfatti perché avevano aiutato con qualche « elemosina » senza ca­pire però che il problema è molto più profondo. Parlando di questo grave problema non si può di­menticare la storia di tutti quelli che qui in Salva­dor hanno sofferto e lottato per un posto dove abi­tare.

II problema della casa, che nella città di Salvador oggi ha raggiunto punte di estrema gravità, ha as­sunto spesso aspetti di calamità pubblica.

Nel 1940 il popolo emarginato si trovava in difficol­tà per l’alto costo della vita, per gli stipendi bassi (quando aveva un impiego, perché è molto forte il tasso di disoccupazione). La soluzione al problema della casa, ritrovata dalla gente, fu di occu­pare dei terreni che appartenevano al municipio; si trattava quasi sempre di scarpate o di avvallamenti acquitrinosi.

L’occupazione dei terreni — che veniva fatta in tut­ta fretta, come in fretta venivano costruite le ba­racche per avere anche dal punto di vista giuridico, maggiore sicurezza — non avvenne senza violenza. Con l’intervento della polizia varie occupazioni fu­rono represse, registrando anche morti.

Malgrado tutte le forme di pressione, il popolo con­tinuava, però a cercare disperatarriente una pur mi­nima via di uscita ai propri problemi più urgenti. Di fronte all’aumento dei prezzi, alla disoccupazione sempre più forte, alla difficoltà di trovare alloggio, aumentando il tutto con l’inizio dell’esodo rurale, la occupazione rappresentava una soluzione di alcuni problemi.

Alla fine, la resistenza degli « occupanti » aveva il so­pravvento sulla pressione del governo e lo stesso governo doveva cedere con la donazione del terreno invaso.

In questa maniera sono sorti gli « alagados »!

L’inizio fu nel 1949, quando gli aumenti continui de­gli affitti provocarono l’esodo dei poveri dai quar­tieri del centro e l’avventura che tutti noi cono­sciamo. In un primo momento, in maniera timida, poi con sempre maggiore sicurezza, gli emarginati cercaro­no un posto nell’acqua, costruendo le « palafitte », una volta che non era loro consentito avere un pezzo di terra.  Anche questa volta la storia registra la violenza della polizia: ci furono morti e feriti tra gli occu­panti. Alla fine il governo dovette cedere davanti all’azione di rivolta del popolo e lasciare gli abitanti tranquilli nelle « proprie case ».

Il dramma delle inondazioni

Le case dei poveri in Salvador, costruite col fango, col legno, sulle scarpate, sono soggette ad un pro­blema permanente. Le forti piogge, che periodica­mente si abbattono su questa città, mettono a nudo la fragilità delle baracche che, invase dalle acque, cadono per lo smottamento, causando morti e la­sciando centinaia di famiglie senza tetto. Evidentemente, la causa di tutto questo, se da un lato si deve alla situazione geografica di Salvador, col suo terreno collinoso, dall’altro e soprattuto è dovuta al fatto che le condizioni di vita sub-umane della popolazione povera, gli stipendi bassi, la di­soccupazione, la sottoccupazione, l’assurdo costo della vita, non permettono di costruire case sicure e in luoghi adatti.

Nell’ultimo decennio questi fatti si sono ripetuti in successione. Noi ricordiamo le piogge del 1966, del 1971 (che provocarono, solo nella nostra parrocchia, 52 morti). Dopo queste tragedie, malgrado i ripetuti appelli alle autorità, non furono prese iniziative per tentare di risolvere il problema delle scarpate. Tutto, come sempre, fu dimenticato. Il 29 aprile 1974 si è ripetuto lo stesso problema. Le piogge si abbatterono sulla città, provocando smottamenti, allagamenti e, come conseguenza, cen­tinaia di famiglie rimasero senza tetto. In Bom Juà, sei morti. I « desabrigados » si recarono, il giorno dopo la tra­gedia, in commissione composta da 60 persone, dal sindaco perché aprisse una scuola per « ospitare » provvisoriamente i senza tetto.

In un primo momento il sindaco tentò di non rice­vere la commissione, ma di fronte alla insistenza di tanta gente, accettò di ascoltare e finalmente cedette, determinando che fosse aperta la Scuola Municipale Prazeres Calmon. 125 famiglie trovarono così un « alloggio ». 125 fa­miglie in nove aule!!

In un’aula normale di scuola erano « ospitate » fino a 23 famiglie…Altre famiglie furono raccolte in una scuola di Ca­pelinha, in un vecchio baraccone delle ferrovie e nelle dipendenze di un vecchio aereoporto. Una settimana dopo, le famiglie che erano state ospitate nel vecchio aereoporto, ricevettero da un organo governativo un aiuto in denaro (da Cr. 400,00 = lire 40.000 a Cr. 1.300,00 = lire 130.000) e fu­rono obbligate a lasciare il locale con minacce di questo tipo « se non ve andate subito, chiameremo i pompieri che vi sloggeranno con gli idranti »,

Molte famiglie ritornarono negli stessi posti dove prima abitavano, nelle case condannate.

Di fronte a questo fatto gli altri « desabrigados » presero coscienza del pericolo che esisteva: la mi­naccia di essere buttati fuori dai vari rifugi, come era stato fatto con quelli raccolti nell’aereoporto.

Si unirono in commissione e decisero di fare un nuovo appello al sindaco perché risolvesse la situazione nell’unica maniera possibile, la donazione di un ter­reno perché ognuno potesse costruire la propria casa. L’appello fu firmato da quasi tutti i « desabrigados » e contò sulla solidarità della gente della parrocchia (in un giorno furono raccolte 2.000 firme!), di stu­denti, religiosi, professionisti.

Il 10 maggio il sindaco ricevette la commissione dei senza tetto e promise che avrebbe risolto in modo umano il grave problema, dando un terreno a chi aveva già una casa, mentre avrebbe dato tre mesi di affitto agli altri che prima abitavano in case d’affitto. Promise anche che avrebbe riunito i senza tetto in locali adatti, mentre veniva procurato il terreno dove costruire le case in condizioni di sicurezza.

Nel frattempo, la situazione nella scuola Prazeres Calmon e negli altri locali dove erano raccolti i « desabrigados » divenne sempre più difficile.

I servizi igienici erano fuori uso; moli’ bambini, so­prattutto i più piccoli, erano febbricitanti, con dis­senteria e vomito.

La mancanza di alimentazione, l’assenza di assisten­za medica e sociale, in una situazione di promiscuità, davano inizio ad una tragica e dolorosa via crucis. Malgrado le promesse del sindaco, la situazione con­tinuava inalterata. Le assistenti sociali del Munici­pio dicevano di non conoscere quello che il sindaco aveva promesso e che l’unica soluzione era che ogni famiglia ricevesse Cr. 210,00 per tre mesi di affitto (quando in media l’affitto di una casa mode­sta è di Cr. 300,00 al mese = in lire italiane 30.000… Lo stipendio base corrisponde a Cr. 300,00!!!).

Alla fine di maggio, un clima di tensione si abbatté sui senza tetto. Le assistenti sociali avvertirono che entro tre giorni i vari locali dovevano essere abbandonati e se i « desabrigados » non avessero lasciato le scuole e il baraccone, sarebbe intervenuta la polizia. Di fronte ad una decisione così disumana, i senza tetto dichiararono ai giornali che non sarebbero usciti dalle scuole neppure con la polizia e che, nel caso di un intervento, avrebbe posto i bambini co­me scudo.

Il segretario di Sanità del municipio, di fronte alla fermezza della gente dichiarò ai giornali che la col­pa di tutto era dei religiosi della parrocchia di N. S. di Guadalupe, perché incitavano i « senza-tetto » a non accettare di uscire dalle scuole con le condi­zioni proposte dal municipio (cioè, 210,00 Cr. = li­re 21.000 per tre mesi di affitto…). L’attacco del se­gretario, che si sentiva frustrato di fronte alla resi­stenza della gente che non accettava la « soluzione » presentata, provocò una ondata di proteste sui giornali, da parte di alcuni sacerdoti, di gente del po­polo e dagli stessi «desabrigados ».

La reazione dei « desabrigados » e dell’opinione pub­blica prevalsero. Il 29 maggio le assistenti sociali tornando nella scuola Prazeres Calmon, si mostrarono gentili e comprensive. La minaccia di espul­sione non si realizzò. Alla fine di maggio era registrata la morte del primo dei 7 bambini deceduti curante la permanenza dei « senza-tetto » nella scuo­a. La situazione diventava sempre più tragica.

Il 10 giugno, di sera, le assistenti sociali del muni­pio, arrivarono nella scuola improvvisamente con l’ordine di abbandono immediato del locale.  Alcune Famiglie prese alla sprovvista e disperate accettarono  il misero aiuto finanziario offerto affermando che « qualsiasi cosa era migliore che morire di stenti nella scuola ».

Alla fine di giugno, dopo la ritirata di un buon nu­mero di famiglie dai locali, la situazione si presen­tava così: nella scuola Juraci Magalhaes (Capelinha) 33 famiglie con 188 persone presenti di cui 120 minori di 15 anni; nella scuola Prazeres Calmon, 93 famiglie con 514 persone presentì, di cui 331 minori di 15 anni; nel baraccone delle ferrovie, 38 fa­miglie, con 166 persone presenti di cui 107 minori di 15 anni.

Il ritardo da parte delle autorità di presentare una soluzione, le malattie, l’aggravarsi dei problemi pro­vocati dalla convivenza in quella situazione, la man­canza assoluta di igiene, la paura sempre presente di una possibile espulsione dai locali, non facevano che rendere ancor più drammatica l’attesa dei « senza-tetto ».

Una casa…in costruzione

Finalmente, il 15 di agosto uscì sul Diario Oficial una legge del sindaco che donava ai « desabrigados » un terreno vicino all’aereoporto.

Con questa donazione però non finivano i problemi. Il terreno localizzato lontano dalla città, la difficoltà dei mezzi pubblici di trasporto non aiutavano certo le persone, in particolare quelle con un lavoro in città. Molte donne sono lavandaie e l’abitare quasi in centro città aiutava un po’ a trovare qualcosa da fare… Le preoccupazioni non finivano lì. Quali erano le condizioni del terreno donato? Quando e come sarebbe stato consegnato?…

Fino al 15 di agosto erano già morti 5 bambini.

All’inizio di settembre i giornali davano la notizia che nella scuola Prazeres Calmon era iniziata una epidemia di morbillo, con più di 20 bambini colpiti, alcuni in stato grave (il morbillo qui diventa una malattia mortale per il fatto che trova organismi già deperiti e incapaci di reagire alle conseguenze). Dopo la denuncia, un medico del municipio fece una visita ai « desabrigados »: prescrisse alcune medi­cine, che la maggior parte delle famiglie non pote­vano comprare per mancanza di soldi, e promise di tornare… ma non si fece più vivo!

ll fatto culminò con la morte di una bambina di due anni e mezzo.

In questa situazione, premuti dall’urgenza di una so­luzione, i « senza-tetto » fecero un nuovo appello al sindaco. Chiedevano che tenesse in considerazione le condizioni finanziarie già scarse e che ora erano state scosse dalla catastrofe, la situazione precaria vissuta in quei cinque mesi… e che ordinasse quan­to prima la costruzione di case.

Il sindaco ricevette la commissione il 1° ottobre. Confermò la donazione del terreno, ma ricusò la costruzione di case.

Un’altro appello in favore dei « desabrigados », per­ché fossero costruite le case dal municipio, fu fatto dalla gente del quartiere di Fazenda Grande, appog­giato da studenti, religiosi e professionisti…

Questa volta il sindaco, ricevendo la commissione alla fine di dicembre disse che non disponeva di stanziamenti per la costruzione delle case e che co­munque non poteva deviarli per tale fine, perché se avesse fatto una cosa di questo genere poteva finire in prigione. Dichiarò che non spettava al Muni­cipio preoccuparsi di questo problema e che il venire incontro alle esigenze delle famiglie dei senza-tetto sarebbe stato segno di protezionismo.

Alcune fasi di costruzione di una casa…

A questo punto, la situazione già carica di ten­sione veniva aggravata perché le assistenti sociali del Municipio, dalla lista ufficiale dei senza-tetto che avrebbero ricevuto il terreno, avevano escluso 16 fa­miglie.

Altri appelli, altre proteste sulla stampa e finalmen­te, dopo due mesi, il sindaco considerava senza va­lore la lista preparata dai funzionari del Municipio e ne accettava un’altra preparata dalla Parrocchia. Malgrado tutte le difficoltà, e la percezione sempre crescente che le autorità volevano vincerli con la stanchezza, i « desabrigados » continuarono a rima­nere nella scuola e nel baraccone delle ferrovie, consci che la loro presenza era un atto di accusa alle autorità e una spina nel fianco.

Nel mese di gennaio, agli appelli dei « senza-tetto », della gente del quartiere, degli studenti, si unì un gruppo di architetti che propose al sindaco un pro­getto di costruzione delle case.

Dopo tante insistenze, il sindaco cedette e i primi di marzo (15 giorni prima di lasciare l’incarico) dava inizio ai lavori.

Sembrava finalmente che la via crucis stesse per finire: dopo 11 mesi di sofferenze i « desabrigados » avrebbero ricevuto la sospirata casa!

Quando il 19 marzo un gruppo dí « senza-tetto » si recò sul terreno per la legalizzazione della proprietà, furono colti da sorpresa e ribellione: il terreno era acquitrinoso (dichiarazioni di gente del posto dice­vano che nella stagione delle piogge veniva total­niente allagato); le case in costruzione erano di 7m x 2,50m! Ma la cosa più terribile era che mentre in un primo progetto ogni famiglia avrebbe ricevuto un terreno di 12m x 15m quadrati per poter am­pliare la casetta e utilizzare il resto come orto, ades­so il terreno era ridotto a 60 metri quadrati, il che non offriva assolutamente condizioni di ampliamento. Per finire questo triste quadro, venivano costruite solo 80 case, quando le famiglie dei desabrigados sono 117!

Nel momento in cui scriviamo — particolarmente de­licato per il cambiamento di governo nel municipio e nello stato, l’azione dei senza-tetto è di mobilita­re le nuove autorità, perché si decidano a

Orditura di pali e canne per tirare su il fango per le pareti.

dare una soluzione definitiva e umana a questi gravi problemi. Quanto tempo dovrà ancora durare la via crucis dei « desabrigados»?

A questa domanda nessuno sa dare una risposta. Solo una buona dose di testardaggine ci aiuta a con­tinuare in questa lotta.

II problema della casa di Salvador, aggravato dalla situazione dei « desabrigados » tornò alla ribalta ne­gli ultimi mesi.

In agosto accompagnammo con apprensione il dram­ma di decine di famiglie che non trovando un posto dove abitare, invasero un terreno del municipio. La polizia intervenne in maniera brutale e le case fu­rono demolite. Negli ultimi mesi dello scorso anno un’altra inva­sione di grandi proporzioni cominciò in un terreno confinante cori Fazenda Grande. Ai primi di marzo, in un terreno incolto di Fazenda Grande, si verificò una nuova invasione. Più di duecento famiglie iniziarono la pulizia e limi­tazione del terreno, e la costruzione di rudimentali baracche. La polizia, ancora una volta intervenne con la con­sueta brutalità… ma l’invasione continua!!! Dopo l’in­tervento della polizia, « gli invasori » tornarono sul luogo e ricominciarono i lavori. Sempre a Fazenda Grande, cominciò un’altra inva­sione. Questa volta l’intervento della polizia fu par­ticolarmente brutale e disumano. La gente che stava cominciando i lavori fu sorpresa dalla violenza dei tutori dell’ordine: uomini indifesi, donne incinte e bambini furono bastonati e presi a calci. Adesso la situzione è di attesa. Un invasore, un giovane che guadagna 240,00 Cr. al mese (= lire 24.000) diceva che avrebbe di nuovo tentato, perché tutti hanno diritto ad un pezzo di terra dove poter costruire un « barracco ».

Da alcuni giorni le piogge hanno cominciato di nuo­vo a cadere sulla città… Ci sarà una nuova tragedia? Per i « desabrigados » dell’aprile 74 ci sarà una solu­zione che ripaghi tanti mesi di angustia, di malattia, di fame e di disperazione…? Quale sarà il loro futuro…? e quello degli occu­panti…?

don Paolo Tonucci

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